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Gli igloo di Mario Merz, una città ancora da esplorare

Pirelli Hangar Bicocca riunisce per la prima volta in Italia il più ambizioso e scenografico ciclo di opere del maestro dell’Arte Povera

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Gli igloo di Mario Merz, una città ancora da esplorare

La mostra che Pirelli HangarBicocca dedica agli Igloo di Mario Merz si preannuncia come uno degli eventi artistici più importanti dell’anno. Dal 25 ottobre 2018 fino al 24 febbraio 2019, a 50 anni dal primo Igloo mai realizzato dal maestro dell’Arte Povera, i grandi spazi dell’Hangar rendono omaggio al suo ciclo di opere più scenografico, complesso e variegato, massimo compendio dell’evoluzione, delle cifre fondamentali e dei temi ricorrenti della sua poetica.

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A cura di Vicente Todolí, in collaborazione con la Fondazione Merz di Torino, “Mario Merz. Igloos” si presenta come la prosecuzione di un percorso inaugurato nel 2017 con la grande retrospettiva dedicata agli Ambienti spaziali di Lucio Fontana, un progetto che nel suo complesso intende offrire ai visitatori la possibilità di esplorare in prima persona le grandi opere che hanno cambiato la storia dell’arte, riunite e ricostruite a Milano per la prima volta. Sfruttando le caratteristiche uniche degli spazi dell’Hangar, gli igloo provenienti da numerose collezioni private e museali internazionali – tra cui il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, la Tate di Londra, la Nationalgalerie di Berlino e il Van Abbemuseum di Eindhoven – verranno installati all’interno e all’esterno dell’edificio, in un dialogo ininterrotto tra di loro, con lo spettatore e con lo spazio. In questo senso, la retrospettiva si presenta come la continuazione di un discorso in divenire, anche in senso simbolico. L’ultimo ambiente spaziale di Lucio Fontana è del 1968, anno del primo Igloo di Merz: un passaggio di testimone che invita a individuare le tracce dell’eredità del pittore, ceramista e scultore italiano, argentino di nascita, nel lavoro del grande “alchimista” – come lui stesso amava definirsi (l’uso del neon e la volontà di coinvolgere lo spazio, prima di tutto).

Visitare “Mario Merz. Igloos” significherà immergersi in una costellazione di oltre trenta strutture metalliche di dimensioni diverse, rivestite da una grande varietà di materiali (neon, vetro, creta, legno, metallo, per citarne solo alcuni), che ricoprirà il duplice ruolo di grande retrospettiva e nuova opera totale. Riconducibili a una forma primordiale di abitazione, gli igloo rappresentano l’archetipo della relazione tra individuo e collettività, natura e artificio, stasi e movimento: in essi Merz raccoglieva e riassumeva i leit motiv del suo lavoro, dall’uso poetico della parola scritta al dialogo con lo spazio circostante. Ogni igloo era un’opera site specific, un work in progress che si stabilizzava nella sua forma finale soltanto nel momento dell’esposizione, col quale lo spettatore era invitato a interagire, girandoci intorno. 

Negli igloo trovano casa tutte le simbologie di Merz, dal motivo della spirale alla sequenza numerica di Fibonacci, ma anche le sperimentazioni formali, dalla predilezione per i materiali industriali e di recupero – com’era in uso tra gli esponenti dell’Arte Povera – all’introduzione di oggetti insoliti o quotidiani nell’opera d’arte. Il percorso espositivo si aprirà con la sua più grande struttura (10 metri di diametro), La Goccia d’Acqua del 1987, e proseguirà nello spazio delle Navate, in ordine cronologico: dal primo Igloo (Igloo di Giap, 1968), passando per le evoluzioni degli anni ’70,’80 e ’90 (incluso il maestoso Senza titolo del 1999, realizzato per la mostra personale alla Fundação de Serralves, curata proprio da Vicente Todolí) all’ultimo Igloo del 2003, Spostamenti della terra e della luna su un asse.

Ma c’è un altro dettaglio che rende “Mario Merz. Igloos” la continuazione di un importante dialogo. Il punto di partenza del progetto è l’esposizione personale curata da Harald Szeemann nel 1985 alla Kunsthaus di Zurigo (la cui immagine è presente sui cartelloni che comunicano la mostra per la città), dove vennero presentate tutte le tipologie di igloo realizzate fino a quel momento «al fine di formare», per usare le parole del curatore, «un villaggio, un paese, una ‘Città irreale’ nello spazio espositivo».

Il progetto di Milano prosegue quindi l’intento di Szeemann e Merz, includendo anche opere concepite nei decenni successivi, in occasione di importanti antologiche e retrospettive nei grandi musei europei e stranieri. In questo senso la mostra conclude un percorso, ma al tempo stesso inaugura nuove possibilità di lettura della produzione dell’artista. Dimora al tempo stesso primordiale e utopistica, simbolo del rapporto tra privato e pubblico, interno ed esterno, contaminazione e mescolanza, il concetto degli Igloo di Merz appare oggi ancora più potente, prestandosi a una lettura non soltanto poetica, ma anche politica.

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