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Come la luna
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In un mondo sempre più buffonesco e rumoroso, più spudorato ed esibizionista, forse è l’impassibilità ciò che maggiormente può attrarre e richiamare l’attenzione.  Qualunque marchio cerca di farsi strada sgomitando e pestando i piedi, senza risparmio di provocazioni e urla assordanti. Anche i politici, i cineasti, gli scrittori, i musicisti, con le loro ansie di «originalità» e le loro pose di «genialità», tutti coloro che hanno qualcosa da vendere o semplicemente aspirano alla notorietà propendono all’eccesso. Il frastuono generale è tale che le voci rischiano di annullarsi a vicenda; i messaggi pubblicitari si giustappongono e si confondono, quasi nessuno ricorda quale azienda abbia lanciato un’immagine o uno slogan fortunato. Le capacità percettive dell’essere umano continuano a essere limitate, così come la memoria e l’attenzione, l’interesse e la concentrazione. Chi si sente sopraffatto, oppresso e strattonato finisce per farsi sordo e ignorare l’alluvione di richiami e sollecitazioni. Nulla è più controproducente della sensazione di assedio. Nulla è meno suggestivo della piena esposizione. Nulla suscita minore curiosità dell’eccesso di luce e di informazione. Nulla spaventa più dell’invasione.

Si è dimenticato in larga misura il potere del mistero, e quasi nessuno oggi ha il coraggio di essere schivo, ovvero di mostrarsi solo in parte per poi nascondersi, lasciando il ricordo di una fugace apparizione, tale che chi ha potuto goderne la rimpianga e desideri vedere di più. Se Shakespeare è ancora così vivo, quattrocento anni dopo la sua morte, è perché i suoi versi sono spesso enigmatici, ma non abbastanza da riuscire indecifrabili. Li capiamo, ma se prestiamo loro la debita attenzione ci rendiamo conto che sono ambigui, che  non sono poi così chiaramente comprensibili come ci era parso a una prima lettura. Illuminano, ma più come un lampo nella notte che come un enorme lampadario in un salone. Fanno luce ma al tempo stesso racchiudono un mistero, sono circondati dal buio e ci fanno pensare, ci invitano ad addentrarci, a esplorarli, a corteggiarli. Proprio perché non ci danno tutto, desideriamo trarne qualcosa di più.

Forse oggi un marchio prestigioso, con una lunga tradizione alle spalle, deve avere il coraggio di «sottrarsi», di tenersi nell’ombra, deve “negarsi” un poco e farsi desiderare. Invece di invadere, di spintonare, di tormentare, invece di stridere come le gomme di un’automobile che frena di colpo, invece di lampeggiare e far trasalire e allarmare, forse dovrebbe emettere il segnale dell’impassibilità. Come un testimone che tutto ha visto e tutto udito e non ha più motivo di alterarsi per nulla. Si guarda attorno e vede passare le nuove folle sgargianti, destinate a una vita effimera e all’oblio. Esattamente come la luna sentinella che malgrado tutto – malgrado sia stata calcata dal piede umano ormai quasi mezzo secolo fa − ancora ci obbliga ad alzare lo sguardo per contemplarla assorti in certe notti. Un marchio siffatto deve dare l’impressione di essere eterno nella sua imperturbabilità. Ed essere insieme visibile, lentamente cangiante come la luna, naturalmente artistico da tempi immemorabili.


Javier Marías

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