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Ciò che ostacola
il controllo

Adam Greenfield, guru del mondo digitale e autore del saggio Tecnologie radicali, trasporta la potenza e il controllo nel mondo di oggi, dove le più audaci tecnologie del presente ci mettono a disposizione una quantità di potenza sempre maggiore, anche se la realtà è che non abbiamo ancora imparato a controllarle

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Da un quarto di secolo la Pirelli presenta al mondo i suoi prodotti con lo slogan “la potenza è nulla senza il controllo.” Davvero insolito come motto commerciale: in primo luogo perché dice qualcosa di effettivamente vero, ma anche perché racchiudere in sé una preziosa lezione di vita.

Quello che dice è vero innanzitutto nel suo originale ambito di competenza. Un amante della guida penserà immediatamente a un Kimi Räikkönen che, con la sua Ferrari bassa e affusolata, affronta una curva a 300 km orari senza perdere aderenza sull’asfalto bagnato del circuito Spa-Francorchamps. Oppure, andando ancora più indietro nella storia dell’automobile, penserà al brio e all’eleganza di una Fiat 514 decapottabile che sfreccia sulle curve della pista di collaudo del tetto del Lingotto con le gomme ben salde sul cemento arroventato dal sole torinese. 

Parliamo di situazioni in cui la bruta forza motrice, per quanto un guidatore ambizioso possa sforzarsi di concentrarla e imbrigliarla, da sola non basta a garantire il raggiungimento di un dato obiettivo; anzi, un suo impiego sconsiderato potrà facilmente avere esiti disastrosi. In simili frangenti il compito di chi è al volante è quello di indirizzare con la massima precisione l’ammasso di energie su cui si trova a esercitare il proprio controllo; un simile grado di precisione si può raggiungere solo se si è provvisti dell’attrezzatura adeguata e della capacità di capire in profondità il modo in cui questa andrà a impattare con il mondo.

E fin qui ci siamo. Ma forse questo concetto può insegnarci anche qualcos’altro se prendiamo in considerazione le implicazioni che travalicano il regno del meramente letterale.
Questo discorso vale per qualunque situazione in cui vi sia uno scarto, uno slittamento tra la capacità di esercitare forza allo stato puro e l’abilità di indirizzare la suddetta forza con un certo grado di sottigliezza. Ed è perciò che in questo particolare momento storico un simile concetto risulta più vero che mai: la distinzione tra la potenza e il controllo è tra le sfide cruciali della nostra epoca. 

Le più audaci tecnologie del presente ci mettono a disposizione una quantità sempre maggiore di potenza, ma la realtà è che non abbiamo ancora imparato a controllare queste tecnologie. Armati di tutta una serie attrezzature nuove e scintillanti ci intromettiamo goffamente in sistemi estremamente complessi, quali il clima, il genoma, o quella somma di interazioni che definiamo società umana, i cui legami incrociati, le cui interdipendenze, la cui capacità di retroazione producono comportamenti emergenti così sottili da essere per noi ancora parzialmente incomprensibili.

Si tratta di situazioni e contesti che mettono in discussione il nostro ordinario concetto di causalità. Spezzano quell’equazione che abbiamo appreso nella più tenera infanzia secondo cui la forza impiegata e il risultato ottenuto sono direttamente proporzionali; questa logica, alla base della semplice meccanica newtoniana, l’abbiamo interiorizzata tanto tempo fa e continuiamo a farci affidamento anche in circostanze in cui è palesemente inapplicabile. In breve: certi sistemi non rispondono ai nostri desideri in modo diretto e lineare. 

Se mai speriamo di poter agire con efficacia in questi ambiti, dobbiamo abbandonare la nostra ingenua fiducia nella forza lineare e imparare ad applicare la potenza dei nostri attrezzi con tutta la delicatezza, il tatto, la comprensione e la discrezione che le circostanze richiedono.

Il genere di potenza di cui parliamo è qualcosa di praticamente inedito fino a oggi. In nessun momento della storia della nostra specie, a eccezione forse di quando abbiamo imparato a dominare il fuoco, ci è capitato di essere investiti di simili capacità trasformative. L’intero globo è percorso da sistemi di reti che raggiungono praticamente ogni abitazione del pianeta e influenzano la vita di ogni essere umano o quasi. 

Tutta questa serie di dispositivi sensibili interconnessi tra loro parte dalla superficie (o anche dalla profondità) del singolo corpo umano per arrivare fino alla costellazione di piattaforme scintillanti che gravitano nelle loro orbite geostazionarie. Per quanto possiamo pensare di non essere invischiati, questi dispositivi registrano ogni nostra azione e spostamento, lo stato di qualunque evento. E quindi oggi ci è dato di intuire dei pattern nelle fluttuazioni e nei flussi di energia che prima (forse perché cadevano al di sotto o al di là della nostra capacità di percezione, nella loro dimensione spaziale o temporale) ci erano sempre sfuggiti. Sempre più ci ritroviamo a voler cambiare l’assetto dei limiti stessi della vita. La portata delle nostre ambizioni davvero non ha confini.

Ma, di nuovo, quello che ci manca in simili dimensioni è il controllo. Ed è per questo che, prima di distaccarci completamente dal regno del letterale, va sottolineato che il rapporto tra motore e strada ha un’ultima lezione da insegnarci. Quando si parla di guida, il controllo non può prescindere dal concetto di aderenza, e a sua volta, l’aderenza su una superficie stradale dipende dall’attrito, e cioè dalla differenza, dalla resistenza. Il controllo, in altre parole, è un esempio di comportamento emergente: una negoziazione dinamica dell’impatto tra le varie forze contrastanti espresse in un dato momento. Perfino la dottrina dell’esercito americano riconosce questo dato di fatto, definendo la “padronanza” come “l’esercizio dell’autorità,” e “il controllo” in termini di “feedback riguardanti gli effetti dell’azione intrapresa.”

Non si può dire con certezza quale grado di progresso possiamo raggiungere nelle questioni umane se non per gli aspetti meramente tecnici. Ma nel 2019, con sempre maggiori evidenze riguardo la fallibilità del controllo, forse stiamo finalmente imparando il rispetto per la complessità delle circostanze in cui ci troviamo inglobati, perché rimanere scottati è la lezione più efficace che ci sia per imparare il rispetto. 

Da questo punto di vista la potenza è qualcosa di adolescenziale. Ma non è del tutto ridicolo pensare che, almeno per quanto concerne la nostra capacità di maneggiare e controllare attrezzi potenti, forse ci stiamo avvicinando alla fine dell’infanzia. Mai come prima abbiamo l’intero mondo da conquistare. Il lavoro sodo — e se siamo fortunati, la soddisfazione e l’orgoglio che derivano da un compito difficile ben svolto — comincia adesso. Sono curiosissimo di vedere cosa saremo in grado di fare insieme.


Adam Greenfield

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