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Chi sono i nativi digitali

Nativo digitale, baby boomer o falso nativo?

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Chi sono i nativi digitali

Lo sviluppo tecnologico improvviso e intenso degli ultimi anni ha portato le nuove generazioni a vivere una vita totalmente diversa rispetto ai propri genitori o a chi li ha preceduti.

Mark Prensky, scrittore statunitense che ha coniato la definizione di "nativi digitali", indica il 1985 come l'anno della grande svolta, dal quale i nuovi nati rientrano di diritto nella categoria dei millennials. E' giusto categorizzarli in questo modo e in cosa si differenziano rispetto alle generazioni passate?

Nel 1985 inizia la diffusione di massa dei personal computer dotati di interfaccia grafica e dei sistemi operativi Windows. E' l'inizio dell'informatica come la conosciamo oggi, una disciplina che contribuirà al cambiamento della società e del modo di vivere delle generazioni successive, del loro rapporto con gli altri e dei loro valori.

Per questo motivo i nativi digitali hanno vissuto in totale armonia e in simbiosi con le nuove tecnologie, padroneggiandone strumenti e metodi e facendo proprio, in maniera immediata, tutto ciò che di nuovo veniva immesso sul mercato nel corso degli anni: dall'iPod agli smartphone, dai tablet ai visori per la realtà aumentata, dalle smart TV agli indossabili. Tecnologie che rappresentano un mistero per milioni di adulti, privi di quella naturalezza e di quel know how digitale "nativo" presente in ogni millennial.

La realtà (virtuale) dei millennials

La familiarità dei millennials nativi digitali con la tecnologia di ogni grado e livello ha contribuito a creare in loro una sorta di parallelismo integrato tra ciò che è reale e ciò che è virtuale. Ad esasperare questa simbiosi tra realtà e mondo virtuale hanno contribuito i social network, Facebook e Twitter in primis. Le nuove tecnologie, che hanno in internet e nel web l'arma principale di conquista di "adepti", vengono identificate come una estensione vera e propria della sfera sociale di ognuno, con cui potersi connettere al mondo, condividere le proprie esperienze e i propri momenti quotidiani e operare a vari livelli sia in ambito lavorativo che in quello ludico.

In rete e con la rete tutto avviene in multitasking, ci si abitua a fare diverse cose insieme in un approccio cooperativo e libero. Si ascolta musica mentre si naviga su internet e si fruisce di contenuti multimediali quali video e foto, si contribuisce al traffico dei social media postando foto e impressioni e contemporaneamente si effettua una diretta live con i propri follower in giro per la città o si scarica un film o un libro.

Questo multitasking frenetico, che è possibile osservare quotidianamente in giro per le città o sui mezzi pubblici, inciderebbe sull’attenzione selettiva e sulla memoria associativa a lungo termine. Ciò significa che i nativi digitali si distraggono più facilmente, poiché non riescono a tenere un alto livello di concentrazione a lungo. Si tratta di osservazioni che ancora non possono essere confermate da studi precisi, vista la giovane età del fenomeno, ma che aprono nuovi e interessanti scenari di studio per il futuro della società umana.

Ciò su cui molti sembrano concordare è una prima diversificazione delle generazioni anche all'interno della "categoria" dei nativi digitali. Chi è nato nel 1985 o nel 1990 ha vissuto esperienze digitali totalmente diverse rispetto a chi è venuto al mondo negli anni del nuovo millennio: interfacce grafiche diverse, dispositivi diversi (smartphone al posto di "semplici" cellulari), abitudini e competenze differenti. Provate a mettere in mano ad un quindicenne di oggi un joystick con ventose per giocare, non saprebbe neanche da dove cominciare. Insomma, risulta difficile collegare i nati di lustri diversi attraverso un filo digitale, semplicemente perché la tecnologia e il digital thinking hanno viaggiato a una velocità elevatissima da un anno all'altro.

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Lo scontro con gli immigrati digitali

La differenza di comportamenti è comune a tutte le nuove generazioni. Anche quelli che ora sono genitori di una certa età sono stati giovani e si sono adeguati alle nuove mode, interpretando con strumenti del tutto nuovi, rispetto ai membri più anziani della loro famiglia, le tematiche del proprio tempo. Tuttavia per i nativi digitali le differenze rispetto alle generazioni precedenti sembrano essere maggiori, addirittura a livello anatomico. Lo stesso Prensky teorizzava che i cervelli dei nativi digitali potrebbero essere diversi rispetto agli "immigrati digitali" (persone di età maggiore non cresciuti a "pane e tecnologia"), perché abituati a pensare e gestire le informazioni e gli input in arrivo in modo totalmente diverso. Basti pensare che gli immigrati digitali, detti anche baby boomers, sono cresciuti grazie e con la televisione e il cinema. Oggigiorno invece, tutto ciò che accade nel mondo viaggia a una velocità sconvolgente online, tanto che le abitudini delle persone sono state stravolte profondamente e si fatica a rimanere al passo con l'evoluzione di questi mezzi di comunicazione. Naturalmente non i millennials, il cui approccio ai nuovi mezzi tecnologici è naturale, spontaneo e disinvolto.

Totalmente diversa rispetto agli indigeni digitali è anche la concezione del mondo, dei suoi confini e delle distanze. Grazie ai mezzi di comunicazione, vero fulcro del mondo digitale dei millennials, si fanno nuove conoscenze con persone dell'altra parte del mondo in pochi secondi, basta un'emoticon, un trillo digitale o un semplice "ciao" e il gioco è fatto, ci si collega con un altro paese dell'Europa o di un altro continente senza problemi.

Ragazzi di cultura diversa, appartenenti a paesi con sviluppo economico diverso, si interfacciano in pochi secondi tramite la condivisione di immagini, esperienze e obiettivi, instaurando relazioni che fino a qualche anno fa erano impensabili. Tutto standosene comodamente seduti a casa, in poltrona o sul divano, con solo uno smartphone a disposizione.

Anche il mondo del lavoro sta lentamente andando incontro a una rivoluzione di tipo tecnologico e la maggior parte della millennial generation, uomini e donne, sa benissimo come trovare opportunità online (ormai è quella la corsia preferenziale per chi invia curriculum), anche in tempo di crisi, ricercando su Google gli annunci di posizioni vacanti, come imparare nuovi mestieri facendo videocorsi in streaming, come fare formazione seguendo lezioni in e-learning o, addirittura, come essere assunto sostenendo un colloquio. Lavori che, con le tecnologie digitali si sono moltiplicati, ne sono nati di nuovi, che richiedono capacità diverse rispetto a quelli tradizionali e sono strati stravolti quelli "vecchi". Un indigeno digitale non saprebbe come muoversi nei nuovi settori, non saprebbe da dove cominciare, mentre un millennials sa benissimo quali sono le opportunità digital del nuovo millennio e come guadagnare con vlog, blog, eshop, siti web e molto altro. Una sfida continua, fatta con risorse alla portata di tutti, piattaforme informatiche semplici da utilizzare e confronti quotidiani con il resto della popolazione mondiale.

Perché falsi nativi digitali?

I nativi digitali ragionano in modo diverso. Non vanno su internet, ma su YouTube, Facebook e Twitter, perché questi sono gli unici siti (sotto forma di app, ovviamente) che visitano, tanto da essere considerati sostituti, in tutto e per tutto, della Rete. Non vedono il mondo del web come un'infrastruttura, come un mezzo che porta l'essere umano alla connessione globale.

Internet è per loro un "bisogno generazionale", fa parte di quelle esigenze quotidiane necessarie come qualunque altra attività vitale. Ciò però impedisce ai millennials di conoscere a fondo la creatura che li "nutre" quotidianamente. Vedono i servizi commerciali come applicazioni carine graficamente, mandano pochissime mail e preferiscono WhatsApp e Messenger di Facebook per comunicare anche informazioni o notizie importanti, non hanno percezione dei limiti e del consumo di banda, si scambiano foto personali tramite software pensando di non essere "visti", o mettono "Mi piace" a caso su Facebook senza pensare troppo alle conseguenze o al fatto che molte aziende online catalogano le scelte virtuali per guadagnarci, studiare le abitudini degli utenti e magari rivenderle.

Rispetto al passato, la comprensione di come funzionano i dispositivi e le tecnologie di uso quotidiano sta avvenendo in modo minore, o non sta avvenendo affatto. I nativi digitali crescono senza saper smontare, vedere, “smanettare”, scoprire, testare, essere hacker, inteso nel senso positivo del termine! L'evoluzione della tecnologia in forme sempre più user friendly non gli permette di avere le possibilità che hanno avuto gli immigrati digitali, obbligati ad imparare, a trovare soluzioni per far funzionare e per migliorare qualunque cosa informatica e tecnologica. La tecnologia di oggi rende i nativi digitali semplici utenti.

Quel brivido di libertà e intraprendenza che offrivano i PC self made, i modem con connessioni primitive ma emozionanti nel loro suono gracchiante, e i primi siti web sono stati spediti nell'oblio dalla brillantezza dei Gorilla Glass e dei touch screen nel quale i millennials si riflettono per gran parte del giorno.

Quella che sta nascendo oggi è una generazione di falsi nativi digitali, senza alcuna competenza informatica. Un moderno Youtuber non è un ingegnere. Intorno alla nuova generazione di nativi digitali si sta costruendo, giorno dopo giorno, prodotto dopo prodotto, app dopo app, un mondo virtuale chiuso e gestito da altri, dal quale diventa sempre più difficile uscire per diventare competenti, per comprendere le dinamiche di questo mondo. E in questo contesto, pensare di trasformare un adolescente nativo digitale in un vero informatico comprando un tablet o uno smartphone è errato. La crescita informatica delle nuove generazioni non va lasciata al caso. Dovrebbero essere la scuola, l'università, le politiche dei governi, ad aggiornarsi e capire bene l'attualità in cui le nuove generazioni si muovono, a proporre un cambiamento di rotta, un utilizzo consapevole dei mezzi tecnologici basato non solo sulla mera partecipazione social e sulla condivisione di futilità.

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