Lettera del presidente Marco Tronchetti Provera


Dossier illegali:


Non siamo mai stati né disattenti né ingenui, ma ribadiamo il nostro dispiacere


Milano, 5 ottobre 2008 - Ho scelto di utilizzare questo spazio per rivolgermi a tutti coloro che sono stati oggetto di una raccolta di informazioni riservate disposta da alcuni ex dirigenti della security di Telecom Italia e di Pirelli ed effettuata con metodi illegali. Queste persone, a seguito della chiusura delle indagini della magistratura, saranno a breve informate dalle autorità in merito ai fatti che le hanno purtroppo riguardate. A loro, che sarebbe stato impossibile raggiungere direttamente, e in particolare ai dipendenti delle due società, desidero esprimere a nome di Pirelli e a titolo personale, tenuto anche conto del ruolo che ho ricoperto in Telecom Italia fino al 2006, il mio dispiacere e la mia amarezza per quanto accaduto.

Ho già avuto occasione di scusarmi per questi fatti nell'aprile 2007, durante l'assemblea dei soci di Pirelli. Oggi desidero farlo in modo più diretto con questa lettera.

Vorrei ancora una volta assicurare che Telecom, Pirelli e i rispettivi organi sociali hanno agito in modo determinato per fare chiarezza non appena sono emersi elementi di sospetto sull'operato di alcuni dipendenti e collaboratori, sia dopo le verifiche condotte in azienda sia in seguito ai primi atti di indagine della magistratura.

Gli atti depositati dalla magistratura inquirente dopo oltre tre anni di indagini, centinaia di interrogatori, decine di migliaia di pagine di verbali, hanno confermato l'estraneità totale dei vertici aziendali a comportamenti illegali, la fattiva collaborazione fornita dalle società fin dall'inizio della vicenda e hanno escluso che siano state fatte intercettazioni telefoniche.

La magistratura ha dunque confermato quanto in diverse occasioni, seppur con i limiti imposti dal rispetto del lavoro che l'autorità giudiziaria stava conducendo, abbiamo provato a raccontare attraverso conferenze stampa, comunicati, interviste e con lettere ai giornali.

In base alla legge 231 viene ipotizzata un'eventuale responsabilità delle società che - se dimostrata - sarà esclusivamente di carattere amministrativo e non penale. Tale legge impone la verifica del "modello organizzativo": il sistema di regole e procedure che i dipendenti devono rispettare nello svolgere determinate attività. Telecom e Pirelli sono state tra le prime società italiane ad adottarlo. Anche i modelli più efficaci però non sempre riescono a garantire l'azienda contro atti fraudolenti come quelli che le indagini sembrano dimostrare.

Sono convinto che la condotta tenuta da entrambe le società sia stata lineare e corretta, come dimostra il fatto che, anche quando le irregolarità avevano assunto una dimensione pubblica e dopo un'attenta analisi dell'operato delle società, nessun rilievo critico è mai stato mosso dagli amministratori, dai revisori e dai sindaci, inclusi quelli eletti dalle minoranze.

I fatti avvenuti si potevano prevenire? I miei collaboratori ed io abbiamo fatto il possibile, per certo quanto era doveroso. Il teorema "o complici o ingenui" è inaccettabile proprio perché ignora il ruolo attivo svolto dalle società e dai loro vertici nell'individuazione e nella denuncia delle attività illecite.

In questa vicenda, su oltre 100 mila dipendenti tra Telecom e Pirelli, quelli accusati di irregolarità sono sei: persone che, fino all'emersione dei fatti in questione, erano, nella maggior parte dei casi, stimate dalle istituzioni con le quali collaboravano quotidianamente, apprezzate per le loro capacità professionali.

Nonostante tutto ciò, nonostante le dimensioni delle aziende coinvolte e l'impegno quotidiano per gestire realtà industriali così complesse, nonostante alcune violazioni della privacy siano state realizzate con mezzi presenti in Telecom da ben prima della gestione Pirelli, le società hanno scoperto comunque le irregolarità fornendo un contributo importante alle indagini.

Un esempio può aiutare a spiegare: in Telecom le spese contestate effettuate dalla security in 4 anni, pari a circa 20 milioni di euro, erano state occultate tra migliaia di fatture regolari all'interno di un budget complessivo, destinato principalmente alla protezione della rete, di oltre 250 milioni di euro.

Per quanto mi riguarda, come uomo e come imprenditore, rimane la consapevolezza di aver fatto il possibile per svolgere fino in fondo il mio dovere, in coerenza con il comportamento trasparente e lineare che ho avuto in oltre trentacinque anni di lavoro.

Anche per questo, al dispiacere sincero per le persone che hanno visto violata la propria privacy - tra le quali io stesso e alcuni miei familiari - si unisce l'amarezza per il discredito che si è cercato di gettare su aziende competitive, su professionisti seri e perbene che continuano a rappresentare una parte importante dell'imprenditoria italiana godendo, nel nostro paese e nel mondo, di credibilità e rispetto. Ma il tempo talvolta è galantuomo e la verità sta emergendo.